Ero già a me nº 85 (c)

Per lamiera HN solista

Ero già a me nº 85 (c) tratta di Anna. Una donna strana. Giovane, quando la conobbi aveva venticinque anni. Sconvolgentemente silenziosa. Dolcissima, delicatamente rude e – in un suo modo imprevedibile – protettiva. Non si girava quasi mai se le parlavo. Come se non avessi detto nulla. Poi d’un tratto mi guardava negli occhi per dieci, venti minuti ininterrottamente. Con una dolcezza intensa e quasi spaventata. E anche con grande sicurezza.

Nei momenti più intimi diventava spesso improvvisamente indifferente. Talvolta ostile in modi cretini. Poi cercava perdono. Inibita fino all’incredibile. Ma anche coraggiosa e capacissima di esporsi. Alle volte, soprattutto in mia assenza, meravigliosamente chiaccherona. Inibita e disinibita, quindi. E capace di solitudine come nessun’altra persona che io abbia mai conosciuto. Era normale per lei decidere improvvisamente di partire, comprando online un biglietto aereo low cost per una meta scelta quasi a caso in qualunque continente. L'indomani stesso partiva ed esplorava in totale solitudine i luoghi scelti. La sera dormiva negli ostelli e in casi d'emergenza nelle stazioni. Faceva amicizia con fiumi di persone. Poi tornava. Di solito per disperarsi di noia o depressione. Ma non le dispiaceva vivere, anzi.

La sua intelligenza era forte (spesso facevo fatica a capacitarmi che l’avesse sviluppata nell’arco di sole venticinque primavere), ma lei la zittiva, come zittiva molte altre ricchissime sue risorse. Diceva spesso che l’idea di vincere, di ottenere ciò che voleva la terrorizzava e paralizzava.

Ci siamo amati come due anime strappate, come due assetati avvinghiati a una sorgente. Ma io non potevo più sopravvivere emotivamente alla sua ambiguità involontariamente crudele. La lasciai. Mi sentivo in pericolo con lei. Insicuro come nella malattia. Col tempo la sensazione che potesse cancellarmi da un istante all’altro non si attenuava. Tutt'altro. Ma il suo fascino è una delle potenze magnetiche più tenaci che abbia mai sperimentato. Era soprattutto il suo silenzio a divorarmi, a rubarmi. La sua capacità di non reagire minimamente quando le parlavo, pur facendomi percepire la sua presenza calorosa, mi sembrava una manifestazione quasi divina. Ma qualcosa – qualcosa di molto importante per me – non si compì, e crollai. La sua sottile, repentina indifferenza (reale o apparente, non saprò mai dirlo) al mio e al suo stesso destino continuava a fare le sue improvvise, agghiaccianti apparizioni, a far sentire il suo sotterraneo cigolio di fondo.

Rimane l’apprendimento del suo silenzio. Un silenzio denso, sensuale e freddo allo stesso tempo. Un silenzio che lei non si sforzava mai di giustificare. Silenzio e basta. Mistero autentico. Uno spazio cavo dove tutti i miei sussulti dionisiaci, malinconici, indecifrabili avevano agio di crescere. Insieme a tutte le mie proiezioni più languide, esaltanti e umilianti. Una lezione di seduzione. Non ho mai capito quanto involontaria.[1][2]

Ero già a me nº 85 (c) non porge docilmente il proprio silenzio. Colloca i silenzi più impegnativi al centro della composizione. Cosicché l’ascoltatore è già in trappola, sedotto dalle godibili forme sonore lanciate nella prima parte. Un silenzio che non dà istruzioni di sé. Sopraggiunge e procede in modi imprevedibili (pur se da un certo punto di vista molto logici, nettamente inscritti nella logica del jo-ha-kyū di cui dirò più avanti). Un silenzio inciso dalla mia fatica performativa, avvertibilissima. Silenzio. Fateci quello che volete. Nel finale la tensione ingorgata si sfoga, in forme più convulse e meno affabili rispetto all’inizio. Conta lo sfogo, così come poco prima contava l’attesa, e prima ancora l’eloquenza delle forme.

Il modello temporale di riferimento, come in altre mie composizioni, è il jo-ha-kyū, rubato al Teatro giapponese.

Jo: prima parte, chiarezza.
Ha: seconda parte (la più lunga), impegno e complessità.
Kyu: terza parte (la più breve), forza.

Ogni parte è articolata in un proprio jo-ha-kyū interno, il quale a sua volta si articola in un jo-ha-kyū, e via dicendo fino al più piccolo dettaglio compositivo e performativo.

La composizione è suddivisa in sei variazioni: la prima e seconda variazione costituiscono il jo dell’intero lavoro; la terza, quarta e quinta lo ha, la sesta il kyū. La suddivisione in variazioni non è nettamente avvertibile all’ascolto; si tratta di variazioni sul principio del jo-ha-kyū, nel senso che ogni variazione dà forma a quel principio attraverso fatti sonori diversi.

Le prime dieci battute della prima variazione (i primi tre minuti del pezzo, circa) sono identiche al primo brano di Ero già a me n º 44 (composizione in sei brani per lamiere, voci e pareti di cartongesso, incisa nel CD incluso nel cofanetto Corpo Nostro (Extreme); Ero già a me nº 85 (a/b/c/...) costituisce un mini ciclo di studi per una o più lamiere, tutti basati sul primo brano di Ero già a me n º 44). L'azione poi prosegue sviluppando quelle forme sonore fino a scivolare nella seconda variazione.

Le azioni esecutive principali di cui è composto il pezzo sono tre:

- Tango: abbracciare la lamiera come per ballarci il tango e trasmettere al foglio d’acciaio i contorcimenti del proprio corpo. Il foglio è accordato secondo un certo grado di sgualcitura, e reagisce scrocchiando in diversi punti e modi, in parte imprevedibili ma non incontrollabili.
- Rullo: effettuare una prolungata e serrata scarica di pugni sulla lamiera, producendo un suono continuo e omogeneo.
- Scuotimento: afferrare ai due lati la lamiera e scuoterla, trasmettendole attraverso le braccia lo scuotimento del proprio stesso corpo e mirando alla produzione di onde irregolari che attraversino il foglio d'acciaio entrando in collisione tra loro.

Le azioni spesso si sovrappongono l'una all'altra; per esempio, durante l'esecuzione di un tango, talvolta una mano viene liberata per eseguire un rullo. Le azioni sovrapposte hanno il più delle volte comportamenti dinamici diversi, privilegiando le modalità contrappuntistiche del moto contrario e del moto obliquo; per esempio, durante l'esecuzione di un tango a volume basso, talvolta viene eseguito un rullo in crescendo dal volume più basso possibile al volume più alto possibile. 

La tecnica esecutiva implica l'utilizzazione di tutto il corpo: non solo delle sue diverse parti (pressoché tutte coinvolte, in diversa misura, nella produzione sonora) ma anche, e soprattutto, della sua interezza. La lamiera, infatti, viene suonata principalmente attraverso le convulsioni, i fremiti, l'abbandono, l'immobilità del corpo intero; i diversi modi di afferrare e manipolare (dovrei forse dire "corpipolare") il foglio d'acciaio producono risultati sonori ben distinti tra loro che, però, compongono un flusso sonoro unitario scaturito dalla totalità del corpo.

Stavolta volevo sedurre con durezza. Con cattiveria, quasi. Talvolta la cattiveria, nelle cose d’arte e d’amore carnale, è generosità. Impugnare l'altro e imporgli la propria sensualità. Che può essere più o meno bella della sua. Ma è rigenerante – proprio perché non è la sua. 

Chi è con me, con me scenda in profondità.
Altrimenti rimane solo la fatica asciutta.

Copyright © Dario Buccino 2007 (rev. 2021)

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[1] Anna mi fece conoscere questa poesia di Pablo Neruda, poesia nella quale lei stessa diceva di riconoscersi fortemente. Scrissi una canzone utilizzando questo bellissimo testo.

Mi piaci quando taci perché sei come assente,
e mi ascolti da lontano, e la mia voce non ti tocca.
Sembra che si siano dileguati i tuoi occhi
e che un bacio ti abbia chiuso la bocca.

Siccome ogni cosa è piena della mia anima
tu emergi dalle cose, piena dell'anima mia.
Farfalla di sogno, assomigli alla mia anima,
e assomigli alla parola malinconia. 

Mi piaci quando taci e sei come distante.
Sembri lamentarti, farfalla che tuba.
E mi ascolti da lontano e la mia voce non ti giunge:
lascia che io taccia con il silenzio tuo. 

Lascia che ti parli anche con il tuo silenzio
chiaro come una lampada, semplice come un anello.
Sei come la notte, silenziosa e stellata.
Il tuo silenzio è di stella, così lontano e semplice.

Mi piaci quando taci perché sei come assente.
Distante e dolorosa come se fossi morta.
Poi basta una parola, un sorriso.
E sono felice, felice che non sia vero. 

(Traduzione di Roberta Bovaia)

[2] Nel 2007, alcuni mesi dopo aver scritto questo articolo, incontrai nuovamente Anna. Eravamo entrambi profondamente cambiati, sbocciati a noi stessi. L'involucro del suo silenzio si era spaccato e ora la sua vitalità scorreva gioiosa. Il mio buio, che mi trascinava verso il suo, finalmente si era illuminato. Capimmo di esserci aiutati a vicenda, quasi senza saperlo. Non so cosa avesse scoperto lei di sé ma so cosa avevo scoperto io: l'amnesia a scacchi che imprigionava le molestie che avevano fatto a tranci la mia giovinezza si era sciolta d'un tratto, mentre ero in macchina con Anna; da quel momento l'intera scacchiera fu visibile, ricordai tutto e potei nascere. Mentre scrivo questa nota siamo nel 2021. Sono passati quattordici anni. Anna ora è un torrente di contentezza di esistere ed è sposata con un uomo amorevole. Hanno due bambine, con le quali viaggiano in tutto il mondo, in ogni momento libero. Io non ho più bisogno del silenzio altrui per dischiudere il mio, sono finalmente proprietario della mia infanzia e di tutto il carico di felicità che racchiude, vivo con una donna amorevole e mi prendo cura con lei dei suoi figli, ormai trentenni. Anna e io siamo legati da un'amicizia limpida.